Intervista a Luis Olivan Tenorio, vincitrice assoluta di URBAN Photo Awards 2025 / #URBANinsights
Ciao Luis, grazie per aver trovato del tempo da dedicarci. Come ti presenteresti a chi ancora non ti conosce come fotografo?
Ciao, grazie mille a voi per l’intervista! Come fotografo, cerco di catturare la bellezza inaspettata e le storie che si nascondono nella vita di tutti i giorni: momenti che attirano la mia attenzione e che sento sarebbe un peccato non immortalare e condividere con chi è capace di emozionarsi guardandoli.
Nel mio lavoro tornano spesso il colore, l’emozione e un sottile senso di mistero. Mi piace creare immagini che invitino all’interpretazione e alla riflessione, lasciando allo spettatore lo spazio per trovarci un proprio significato personale. In sintesi, provo ad avvicinarmi al mondo con curiosità e sensibilità.
Ancora congratulazioni per “Porto in May”, lo scatto che ha conquistato URBAN Photo Awards 2025 nella sezione Foto Singole, selezionato personalmente da Paolo Verzone. Cosa puoi raccontarci del tuo scatto del vagone del treno nella stazione di São Bento? Cosa cercavi di catturare?
Innanzitutto grazie al festival, alla giuria e a Paolo per il premio: per me è un onore enorme. Avevo già partecipato alle edizioni precedenti e il livello dei fotografi e la qualità dei lavori sono sempre altissimi, quindi questo riconoscimento è davvero un sogno che si realizza.
Quanto alla foto, mi trovavo a Porto per un viaggio con la mia famiglia e ho deciso di ritagliarmi una giornata tutta per me, per poter fotografare con calma e secondo i miei ritmi. Nei giorni precedenti avevamo già visitato diversi luoghi della città e avevo programmato un piccolo itinerario, studiando bene gli orari per tornare in certi posti e sfruttare quella che secondo me sarebbe stata la luce migliore.
La stazione ferroviaria di São Bento è una tappa obbligata a Porto. L’atrio principale è ricoperto di splendidi azulejos che raccontano la storia del Portogallo e vi si accede attraverso una facciata decorata con magnifiche vetrate colorate. Ho pensato che, con il sole che colpiva direttamente i vetri, l’atrio sarebbe stato inondato da una luce molto particolare.
Sono rimasto a lungo lì nell’atrio e ho scattato diverse immagini interessanti. Ma una cosa che si impara presto quando si fa street photography è che conviene muoversi, esplorare, cercare nuovi punti di vista. Così mi sono addentrato nella stazione e ho notato come la luce primaverile, addolcita da nuvole sottili che nei giorni precedenti avevano portato una pioggia leggera, illuminasse con grande delicatezza alcune zone.
Camminando lungo i binari, ho notato un treno sul lato opposto: il sole illuminava solo ciò che accadeva vicino ai finestrini e le scene all’interno dei vagoni sembravano piccole rappresentazioni teatrali incorniciate dal vetro. Ho iniziato a muovermi lungo la banchina con un 75 mm, fotografando i viaggiatori in attesa della partenza e immaginando per ognuno una storia diversa, cercando di interpretare ciò che intravedevo attraverso i finestrini.
Quando sono arrivato davanti a un vagone in cui due ragazze gesticolavano animatamente, immerse in quella luce dorata, mi sono fermato subito: ho avuto la sensazione che potesse accadere qualcosa di speciale. E infatti è successo. Un istante fugace, carico di intimità, delicatezza e bellezza.
Come quasi sempre accade nella street photography, l’immagine è stata il risultato di intuizione, pazienza e un pizzico di fortuna… e del fatto di avere la macchina fotografica pronta al momento giusto!
Essere premiati in un contesto internazionale come URBAN è un traguardo importante. Ci riporti al momento in cui hai ricevuto la notizia? Te lo aspettavi? Qual è stata la tua prima reazione quando hai saputo della vittoria?
È stata una sorpresa enorme. Per una serie di “eventi sfortunati” non ho potuto partecipare alla cerimonia, cosa che mi è dispiaciuta molto… e ancora di più quando ho scoperto di essere il vincitore assoluto!
Faccio parte di una comunità molto attiva di street photography in Spagna, The Street Photography Club, fondata dal mio amico e straordinario fotografo Jota Barros. Qualche giorno dopo la cerimonia, un amico del gruppo si è congratulato con me pubblicamente sui canali Telegram che usiamo ogni giorno. All’inizio non capivo per cosa si stesse congratulando, ma nel messaggio aveva inserito un link. Ho cliccato… e sono rimasto senza parole.
Ero talmente incredulo che ho scritto subito all’organizzazione per chiedere se non si trattasse di un errore, magari un refuso e il vincitore fosse qualcun altro. Mi hanno risposto dopo pochi minuti: nessun errore!
Negli ultimi anni ero stato finalista in alcuni festival con diverse immagini, ma questa è stata la prima volta che ho ricevuto un premio vero e proprio. È stata un’emozione fortissima.
Come descriveresti il tuo linguaggio visivo? Ci sono fotografi, del passato o del presente, che hanno influenzato in modo particolare il tuo modo di guardare il mondo?
Una delle cose di cui sono più consapevole quando scatto, seleziono o post-produco le mie foto, è l’obiettivo di elevare le scene ordinarie. Cerco deliberatamente di sublimare quei momenti belli e fugaci che rischiano di passare inosservati, trasformandoli in qualcosa di memorabile che resti impresso nella mente. Metterne in luce l’unicità significa, per me, trasformarli in qualcosa di poetico, inaspettato e aperto a interpretazioni più profonde.
Il colore ha un ruolo centrale nel mio lavoro. Non lo utilizzo soltanto come elemento visivo, ma come parte di un linguaggio emotivo che accentua la bellezza dei momenti che desidero preservare.
Mi piace anche introdurre un leggero senso di mistero. Raramente mi interessa spiegare tutto con le mie immagini; preferisco creare fotografie che invitino all’interpretazione, all’ambiguità, alla riflessione personale. Vorrei che chi guarda possa percepire che sta accadendo qualcosa oltre ciò che è immediatamente visibile, che c’è una storia sospesa nel tempo.
Come descriveresti il tuo linguaggio visivo? Ci sono fotografi, del passato o del presente, che hanno influenzato particolarmente il tuo modo di vedere il mondo?
Per quanto riguarda le influenze, ce ne sono tantissime! Uno degli artisti che ammiro di più è Trent Parke. È curioso, perché la parte del suo lavoro che mi colpisce di più è spesso in bianco e nero… mentre io, finora, ho scattato solo a colori. Tuttavia, mi affascina il modo in cui le sue immagini non si limitano a estrarre qualcosa di straordinario dalla realtà, ma sembrano creare un mondo alternativo nascosto dentro il nostro. Alcuni suoi lavori mi lasciano letteralmente senza parole.
Sono molto attratto anche dalla visione sottile e poetica di Rebecca Norris Webb. Ha una straordinaria capacità di rappresentare scene perfettamente riconoscibili, talvolta familiari, infondendo loro un’emozione sincera e una poesia con cui mi sento profondamente in sintonia.
E, per non rendere la risposta infinita, cito ancora Harry Gruyaert. Il suo uso del colore è impressionante: riesce a trasformare scene ordinarie in immagini potenti, capaci di risultare allo stesso tempo narrative, surreali e addirittura astratte.
Facciamo ora un salto indietro: com’è nato il tuo amore per la fotografia? È stato un colpo di fulmine o un percorso maturato nel tempo? Si può dire sia diventato il tuo mestiere o lo vedi come uno spazio di libertà in cui rifugiarti per dare voce alle tue passioni?
Credo che il mio amore per le arti visive nasca dall’infanzia e dalla passione dei miei genitori per il cinema. Negli anni ’80 si potevano vedere i film solo al cinema, in televisione o, se si era fortunati (noi non lo eravamo!), con un videoregistratore. I miei parlavano sempre con entusiasmo di decine di film visti in passato, così sono cresciuto con una sorta di Olimpo cinematografico che non vedevo l’ora di scoprire, diretto da registi che già veneravo… pur non avendo ancora visto nemmeno un loro film! Quando finalmente ci riuscivo, magari perché passavano in TV, l’esperienza era quasi religiosa: li guardavo con autentica devozione.
Quella passione ha acceso il mio interesse per i media e mi ha portato a studiare comunicazione e poi produzione audiovisiva. Ho lavorato in programmi televisivi, gestito produzioni, diretto alcuni cortometraggi e videoclip, dedicandomi alla fotografia in modo più marginale. Tuttavia, lavorare con le immagini in movimento richiede spesso una troupe e un coordinamento complesso; col tempo mi sono stancato di quella macchina organizzativa e ho orientato la mia carriera altrove. Poi, nel 2020, in piena pandemia, il mio amore per la fotografia è rinato.
La fotografia, però, non è la mia professione principale. Al contrario, credo di amarla ancora di più proprio perché non è la mia fonte di reddito. Questo mi dà la libertà di fare esattamente ciò che voglio, con pochissima pressione, e di esprimermi in totale indipendenza.
Guardando al futuro, stai lavorando a un progetto specifico? C’è un messaggio particolare che speri di trasmettere attraverso le tue immagini?
Negli ultimi anni mi sono chiesto sempre più spesso perché io scatti foto. Non ho ancora trovato una risposta pienamente soddisfacente (chi può dire di averla trovata davvero?), ma questo processo mi ha aiutato a individuare alcuni fili conduttori nel mio archivio: temi e soggetti verso cui mi sento naturalmente attratto in modo quasi involontario.
Ora mi interessa approfondire alcune di queste direzioni che sento particolarmente affini, magari provando a costruirci attorno un discorso più strutturato.
Ma, come dicevo, voglio farlo senza alcuna pressione. Se riuscirò a far emergere un tema che mi emoziona davvero e a sviluppare un progetto specifico, sarà meraviglioso.
In caso contrario, continuerò semplicemente a uscire e a cercare quelle piccole scintille di magia: un processo che, di per sé, mi regala pura gioia.


