Intervista ad Fabio Domenicali, vincitore degli URBAN Book Awards 2025 / #URBANinsights
Ciao Fabio, è un grande piacere averti con noi e, prima di tutto, ancora congratulazioni per la vittoria dell’URBAN Book Award 2025.
Hai raccontato che il tuo rapporto con la fotografia nasce da una macchina ricevuta per la Prima Comunione. È affascinante pensare a quel bambino che inizia a inquadrare il mondo per gioco. In quale momento, lungo il percorso, quel gesto istintivo si è trasformato in necessità espressiva e consapevolezza autoriale che ti hanno portato, oggi, a essere un autore pluripremiato?
Tutto è iniziato con quella macchina fotografica ricevuta in dono per la Prima Comunione, tanti anni fa. Da bambino ero profondamente attratto dagli album di famiglia dei miei cari: passavo ore a sfogliarli, osservando quei frammenti di vita sospesi nel tempo. In quelle immagini trovavo un’intensità e un’intimità che mi colpivano profondamente, e credo che il mio desiderio fosse, in fondo, quello di riuscire a catturare la stessa forza silenziosa, la stessa vibrazione sottile che percepivo in quegli sguardi e in quei gesti.
Guardare il mondo attraverso il mirino era certamente un gioco, ma non solo. Era un modo per sorprendermi, per avvicinarmi alle persone, per entrare in contatto con le loro storie e con la vita che mi circondava. Senza esserne pienamente consapevole, stavo già costruendo uno sguardo: un modo personale di osservare e trattenere ciò che altrimenti sarebbe passato inosservato.
Credo che il passaggio dal gesto diaristico e istintivo alla necessità espressiva sia avvenuto gradualmente, quasi senza accorgermene. Crescendo, ho cominciato a cercare nelle immagini non solo il ricordo o la bellezza del momento, ma un modo per raccontare, esplorare la memoria e l’identità, ad interrogarmi su ciò che ci circonda. La fotografia è diventata una lente per osservare le cose nella loro complessità, uno strumento per dare forma ai pensieri e alle emozioni, e al tempo stesso per esercitare uno sguardo critico sul mondo.
È stata questa consapevolezza, la volontà di trasformare l’osservazione in narrazione a guidarmi verso un lavoro più organico e personale. E se oggi la fotografia mi porta a ricevere riconoscimenti, è sempre quella curiosità infantile a guidarmi: la stessa meraviglia di guardare attraverso il mirino, con la voglia di sorprendermi.
Hai descritto la tua fotografia come “diaristica e istintiva”, un aspetto emerso recentemente durante la scansione sistematica del tuo archivio. Che effetto fa rimettere mano su negativi rimasti nascosti per anni? E in che modo questo confronto con il tuo passato ha modificato il tuo modo di fotografare oggi?
Rimettere mano ai negativi rimasti nascosti per anni è stato come aprire una capsula del tempo: ogni immagine riportava alla luce gesti, sguardi, luoghi e atmosfere che avevo quasi dimenticato. È stato un’esperienza intensa, che mescola nostalgia e sorpresa, perché ti confronti con il tuo passato e allo stesso tempo con il modo in cui vedevi il mondo allora, ancora acerbo guidato esclusivamente da un impulso.
Questo confronto con le mie fotografie passate ha avuto un effetto quasi terapeutico: mi ha fatto capire quanto alcune modalità visive fossero già parte del mio linguaggio, anche quando non ne ero pienamente consapevole. Nel tempo la tecnica ed modo di fotografare si sono evoluti, ma la poetica diaristica e istintiva è rimasta la stessa, è il filo conduttore che lega tutti i miei lavori.
In sostanza, riscoprire il mio archivio è stato un modo per riconnettermi con la mia curiosità originale e per rafforzare l’equilibrio tra l’istinto e la consapevolezza nel mio modo di fotografare oggi.
Il tuo book, “Teren Zielony” (Zona Verde) nasce da un viaggio in Polonia nel 2008. Eri partito con l’idea di esplorare le cicatrici storiche dell’occupazione e dell’Olocausto, ma poi il tuo sguardo è stato progressivamente catturato dal paesaggio e dalla sua atmosfera sospesa.Sei poi tornato negli stessi luoghi a distanza di quindici anni, temendo di trovare tutto cambiato. Com’è stato ritrovare intatto quel ‘filo comune‘ dopo così tanto tempo? È stata la Polonia stessa a conservare intatta quella magia per te?
Teren Zielony è un diario di viaggio intimo e personale. Nel 2008 partii per la Polonia spinto dal desiderio di ritrovare tracce di eventi drammatici che hanno segnato profondamente la storia del Paese nel XX secolo: l’occupazione nazista, la Shoah, la dominazione sovietica e l’annessione all’URSS. Cercavo queste tracce nei quartieri ebraici, nei campi di lavoro e di sterminio, nell’architettura socialista e nella religione, un elemento centrale dell’identità polacca.
Appena arrivato, però, mi trovai davanti a un paesaggio immerso in un’atmosfera invernale sospesa, avvolta dal silenzio e da una bellezza atemporale. Quello che doveva essere un percorso di ricerca storica ed antropologica si trasformò presto in un viaggio interiore. I silenzi dei luoghi e gli incontri inaspettati mi colpirono così profondamente da farmi guardare oltre la storia, verso le emozioni e le riflessioni personali che quei luoghi riuscivano a evocare.
Così il viaggio cambiò natura: non era più solo documentare un passato doloroso, ma immergersi in uno spazio che parlava di memoria, di identità e di come il passato continua a influenzare chi lo osserva.
Al mio ritorno, nel 2008 ero consapevole di aver realizzato alcuni buoni scatti, ma sapevo di non avere un lavoro compiuto. Decisi quindi di concentrarmi solo su alcune fotografie, realizzando un breve portfolio e una piccola mostra di circa venti immagini che stampai personalmente in camera oscura.
Fu solo nell’ottobre del 2023, durante la scansione completa dei negativi del mio archivio, che quelle fotografie riemersero quasi casualmente. Tra quelle immagini trovai materiale molto interessante, ma insufficiente per un lavoro coerente e articolato.
Questo mi spinse a tornare in quei luoghi nell’inverno del 2023 con l’intento di ritrovare quello stesso filo conduttore, là dove l’avevo lasciato quindici anni prima. Questo ritorno non fu solo una questione ricerca di nuove immagini, ma una vera riconnessione con un’esperienza e un contesto già vissuti. Ed è proprio questa riconnessione che mi permise di costruire un’estetica uniforme, capace di collegare il lavoro passato con la mia nuova osservazione di quei luoghi.
Nella sua motivazione, Denis Curti scrive che tu ‘non perdi tempo con la geografia‘, ma ti lanci a capofitto nel restituire calore umano e intimità in un contesto che spesso appare freddo o distante. In che modo riesci a trasformare un ambiente esterno, a tratti ostile e notturno, in uno spazio così intimo e capace di accogliere i sogni e le contraddizioni di chi lo abita?
Credo che l’intimità nasca prima di tutto dallo sguardo con cui affrontiamo i luoghi. Non cerco mai di documentare la geografia in senso stretto; mi interessa ciò che i paesaggi custodiscono, le sue storie silenziose, gli incontri inattesi che li abitano.
Questo approccio è coerente con il modo in cui osservo le cose: la mia ricerca è sempre volta ad un’esperienza reale e personale, vissuta pienamente nei luoghi, negli incontri, non è mai solo una rappresentazione documentaria.
Fotografare per me significa soffermarsi in quei frammenti di vita e attendere per lasciarsi attraversare. La mia fotografia nasce da questo dialogo silenzioso tra il mondo esterno e la mia percezione.
Nel 2014 hai fondato insieme ad Alberto Pasi l’etichetta indipendente FLOW photozine. In un’epoca dominata dal digitale, quanto è importante per te l’oggetto fisico il libro, la photozine e quali scelte ritieni decisive per trasformare un insieme di immagini in un vero racconto in forma di libro?
FLOW_photozine nasce nel 2014 insieme ad Alberto Pasi da un’idea e da un’esigenza concreta: dare nuova vita al nostro archivio di immagini che giacevano nascoste tra pergamini, scatole e hard disk. Sentivamo la necessità di riportare alla luce fotografie dimenticate restituendole una forma tangibile, sottraendole alla dispersione del digitale e riportandole su carta.
Erano ormai diversi anni che le abitudini di fruizione delle immagini erano cambiate in modo radicale, tutto veniva guardato attraverso un supporto digitale, spesso su schermi piccoli, in modo rapido e frammentario. Le fotografie scorrevano senza sedimentare, consumate dalla velocità di un flusso continuo. In questo contesto abbiamo avvertito il bisogno di rallentare, di restituire peso e presenza alle immagini. Stampare significava interrompere quella frenesia visiva, creare uno spazio fisico dove lo sguardo potesse fermarsi, tornare indietro, soffermarsi.
FLOW_photozine nasce anche come risposta a questa trasformazione: un tentativo di riportare la fotografia a una dimensione più intima, tattile e consapevole, dove il tempo della visione diventa parte integrante dell’esperienza.
La scelta del nome “FLOW_photozine” riflette proprio questa intenzione: dare valore al flusso narrativo, alla sequenza, alla costruzione complessiva del progetto, più che alla singola immagine isolata. Non ci interessava l’immagine icona, ma il dialogo tra le immagini. Il libro diventa così un dispositivo narrativo dove ritmo, pausa, ripetizione, silenzio e variazione costruiscono un racconto organico.
Il tema centrale del progetto è stato la costruzione di lavori diaristici composti attraverso immagini di più fotografi, spesso mescolate tra loro senza alcun riferimento esplicito all’autore. Ci interessava superare l’idea di paternità individuale per concentrarci sul racconto, sul flusso complessivo.
Le fotografie che compongono la narrazione sono state estratte dal loro contesto originario e riorganizzate in nuove sequenze, capaci di generare significati ed emozioni differenti. Questo processo di decontestualizzazione è stato fondamentale: ha permesso di rileggere le immagini in modo diverso, di farle dialogare tra loro in maniera inattesa e di scoprire connessioni sottili tra vissuti apparentemente lontani.
In questo modo le fotografie hanno acquisito una nuova vita, liberandosi dal momento preciso in cui erano state scattate per diventare parte di un racconto più ampio, condiviso e aperto all’interpretazione di chi osserva.
FLOW è stato innanzitutto un grande esercizio di editing. Lavorare sugli archivi nostri e degli altri autori coinvolti ci ha insegnato che il senso di un progetto non risiede nella forza delle singole fotografie, ma nella relazione che si crea tra le immagini. È proprio attraverso il montaggio e la sequenza che emergono significati inattesi e connessioni profonde.
Parallelamente, la rilettura delle fotografie d’archivio ci ha fatto scoprire quanti punti in comune esistano nei vissuti di autori diversi. Pur provenendo da esperienze, luoghi e storie personali differenti, nelle immagini affiorano emozioni condivise, fragilità simili, gesti e atmosfere che appartengono a tutti.
L’intento di FLOW è proprio questo: creare un flusso in cui chi osserva possa riconoscere frammenti di vita riconducibili al proprio vissuto. Non un racconto chiuso e autoreferenziale, ma uno spazio aperto di identificazione, dove l’esperienza individuale diventa collettiva attraverso la forma-libro.
Dal 2015 abbiamo realizzato otto pubblicazioni.
Tornando al tuo book, c’è una foto in Teren Zielony a cui sei particolarmente legato o che riassume meglio quel ‘senso di incanto‘ che descrivi? E, guardando avanti, verso quali nuovi ‘territori’ (fisici o interiori) si sta muovendo la tua ricerca?
Se dovessi sceglierne una, direi la fotografia dell’uomo che prega nella neve, sui Monti Tatra davanti a una piccola colonnina votiva. In quell’immagine c’è tutto ciò che cerco nei miei lavori: un momento di sospensione, un gesto intimo, silenzioso. Per me quell’immagine racchiude il senso di Teren Zielony: la capacità di cogliere l’umano nel silenzio e trasformare un gesto semplice in qualcosa di universale.Guardando avanti, la mia ricerca continua a muoversi verso territori in cui geografia fisica, geografia mentale e immaginario si intrecciano. Mi interessa esplorare spazi dove il quotidiano, filtrato attraverso l’immaginario culturale, si sospende e si trasforma in qualcosa di ambiguo e simbolico. Non si tratta tanto di documentare luoghi, quanto di interrogarsi sul modo in cui li percepiamo e li interiorizziamo, costruendo una geografia ibrida dove memoria, esperienza vissuta e proiezione interiore si sovrappongono. Attualmente sto sviluppando due progetti che affrontano questo tema in contesti diversi, continuando a indagare come il reale e l’interiore possano collidere e dialogare attraverso la fotografia.


