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Intervista a Daniel Ramos, vincitore del premio Projects & Portfolios di URBAN Photo Awards 2025 / #URBANinsights

Photo © Daniel Ramos


Intervista a Daniel Ramos, vincitore del premio Projects & Portfolios di URBAN Photo Awards 2025 / #URBANinsights

Ciao Daniel, è un piacere averti con noi e congratulazioni ancora per la vittoria. Histogrammer è il nome con cui ti presenti al pubblico. Come ti presenteresti a chi ancora non ti conosce? E come descriveresti la tua visione come fotografo radicato nella realtà di Città del Messico?

Mi chiamo Daniel Ramos, anche se molti mi conoscono come Histogrammer. Sono un fotografo documentarista e vivo a Città del Messico.

Ho iniziato a fotografare relativamente da poco (nel 2019) e con il tempo ho capito che, per me, la fotografia non riguarda solo le immagini: riguarda le esperienze, l’incontro con le persone e la possibilità di comprendere la vita più da vicino.

La macchina fotografica è una chiave. Apre porte a conversazioni, incontri e momenti che lasciano segni profondi. Prima di essere un buon fotografo, credo sia più importante essere una buona persona, perché la fotografia nasce dal modo in cui ci si relaziona agli altri.

Essere radicato a Città del Messico significa vivere dentro le contraddizioni: tradizione e modernità, festa e lotta, bellezza e caos. Il mio lavoro cerca di abbracciare queste tensioni e di fotografarle dall’interno, non come un osservatore esterno, ma come qualcuno che condivide le stesse strade e la stessa realtà.

Il tuo progetto ‘Carnival on the Outskirts‘ è stato selezionato personalmente da Matt Black, presidente della giuria di URBAN Photo Awards 2025, come vincitore della sezione Projects & Portfolios. Essere premiati da un autore così attento alle realtà sociali e marginali è un traguardo importante: che significato ha per te questo riconoscimento e qual è stata la tua reazione alla notizia?

Essere riconosciuto da Matt Black ha significato molto per me. Il suo lavoro è sempre stato un esempio di come la fotografia possa parlare di dignità, disuguaglianza e vita ai margini con onestà e profondità.

Quando ho ricevuto la notizia, la mia prima reazione è stata di incredulità. Poi ho provato qualcosa di più profondo: gratitudine, ma anche un senso di responsabilità. Perché questo riconoscimento non riguarda solo me, ma le comunità e le tradizioni che fotografo, e il fatto che queste storie meritano di essere viste anche al di là dei luoghi in cui accadono.

Credo inoltre sia molto importante che il mondo veda il Messico attraverso gli occhi di un messicano. Esistono molte narrazioni sul mio Paese, ma sento la responsabilità di raccontare queste storie dall’interno, con vicinanza, rispetto ed esperienza vissuta.

Per me la fotografia è un modo per mostrare non solo come appare il Messico, ma cosa si prova a viverci dentro.

Il tuo lavoro documenta i carnevali di Tlaltenco, Zapotitlán e Tezonco, dove la tradizione ancestrale sfida l’espansione urbana. Com’è stato immergerti in queste comunità e e cosa ti ha spinto a raccontare questo contrasto visivo tra le maschere rituali e l’asfalto delle strade di periferia?

Fotografare questi carnevali non significa solo essere presenti durante la festa. Significa tornare, passare del tempo, parlare, ascoltare e permettere alle persone di conoscerti. Con il tempo smetti di essere uno sconosciuto con una macchina fotografica e diventi una presenza familiare.

Ciò che mi ha colpito è stato il contrasto visivo ed emotivo: persone vestite con i loro abiti tradizionali – e a volte con costumi che non hanno nulla di tradizionale – che camminano su strade asfaltate, rituali che si svolgono accanto a muri di cemento e autostrade.

Questa coesistenza mi sembra potente, perché mostra come l’identità riesca a sopravvivere anche mentre il paesaggio attorno cambia.

Descrivi ‘Carnival on the Outskirts‘ come una testimonianza di un’“identità che sopravvive ai margini”. Nelle tue foto, la festa sembra un vero e proprio atto di sfida. Qual è il messaggio più profondo che speri di trasmettere attraverso queste immagini a chi osserva Città del Messico da lontano?

Spero che si riesca a comprendere che queste celebrazioni non sono spettacoli o folklore messi in scena per un pubblico. Sono tradizioni vissute, parte della vita quotidiana, un modo per preservare memoria, identità e senso di appartenenza.

Da lontano, Città del Messico è spesso immaginata come un unico immenso spazio urbano. Ma ai suoi margini ci sono comunità in cui i rituali collettivi sono ancora profondamente vivi.

Non sto fotografando queste celebrazioni come se fossero uno spettacolo: sto fotografando un’identità che cerca di sopravvivere.

Il tuo stile riesce a fondere l’aspetto festivo con quello quotidiano in modo molto potente. Come definiresti il tuo linguaggio visivo? Ci sono fotografi, messicani o internazionali, che hanno influenzato il tuo modo di documentare la realtà?

Sono attratto dalla complessità. Mi piacciono le immagini in cui coesistono diversi livelli di realtà: la dimensione della festa e quella del quotidiano, l’intimo e il pubblico, il movimento e la quiete. Il mio linguaggio visivo nasce dall’osservazione paziente e dal lasciare che la vita riveli se stessa all’interno dell’inquadratura.

Fotografi come David Alan Harvey e Alex Webb mi hanno profondamente influenzato, soprattutto nel modo in cui costruiscono le immagini e si avvicinano alle persone. Anche il lavoro di Susan Meiselas è stato importante per me, in particolare per il suo impegno con le comunità e la costruzione di progetti documentaristici a lungo termine.

Ho avuto inoltre la fortuna di imparare direttamente da mentori che hanno plasmato il mio modo di pensare la fotografia, in particolare David Alan Harvey e Alejandra Martínez, il cui insegnamento mi ha aiutato a comprendere la fotografia non solo come immagine, ma come modo di relazionarsi con le persone e con il mondo.

Facendo un passo indietro nel tempo, com’è nato il tuo amore per la fotografia? È stato un colpo di fulmine o un percorso maturato lentamente? La fotografia oggi per te è un mestiere, una missione documentaristica o uno spazio di libertà personale?

Il mio rapporto con la fotografia si è sviluppato lentamente. Ho iniziato da zero nel 2019, fotografando la mia vita quotidiana, senza aspettative. Con il tempo ho capito che la fotografia non riguardava solo la produzione di immagini, ma le esperienze e le connessioni umane.

Oggi per me la fotografia è molte cose: una pratica documentaria, ma anche uno spazio personale di libertà. Mi permette di capire il mondo e, a volte, di capire me stesso.

Dopo la tua vittoria con URBAN Photo Awards 2025, c’è un nuovo progetto a cui stai lavorando, una nuova storia o un nuovo ‘margine‘ che senti il bisogno di esplorare con il tuo obiettivo?

Sto continuando a sviluppare questo lavoro in un progetto più ampio e a lungo termine dedicato alle tradizioni religiose e festività popolari in Messico. Mi interessa osservare come il rituale, la fede e l’identità collettiva sopravvivano nella società contemporanea, soprattutto nei luoghi che esistono ai margini delle grandi città.

Octavio Paz scriveva che nella vita quotidiana il messicano indossa spesso una maschera, e che è durante le feste che emerge qualcosa di autentico. Questa idea si riflette profondamente nel mio lavoro. In queste celebrazioni le persone non si limitano a mettere in scena tradizioni, ma rivelano qualcosa di essenziale su chi sono.

Lavoro lentamente, tornando negli stessi luoghi e costruendo relazioni nel tempo. Credo che le storie più significative si rivelino non in una sola visita, ma attraverso la pazienza e la continuità.

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