Intervista ad Andrea Bettancini, vincitore degli URBAN Press Awards 2025 / #URBANinsights
Ciao Andrea, congratulazioni per questo prestigioso traguardo. Il tuo percorso formativo intreccia fotografia, design di moda e architettura: in che modo il dialogo tra queste discipline ha contribuito a formare il tuo sguardo e influenza oggi il tuo modo di comporre le immagini?
Durante il mio percorso allo IED di Milano, nel dipartimento di Fashion Design, una delle materie che mi ha segnato di più è stata fotografia di moda. Studiando i grandi fotografi che hanno costruito sodalizi duraturi con stilisti iconici, ho compreso quanto lo sguardo fotografico possa incidere profondamente sull’identità di una casa di moda. In molti casi, la forza espressiva del fotografo era così potente da sovrapporsi a quella dello stilista, diventando essa stessa il messaggio di stile.
Penso a figure come Helmut Newton, un gigante che ha rivoluzionato la fotografia di moda trasformandola da semplice rappresentazione dell’abito in un linguaggio narrativo e aspirazionale. Le sue immagini erano cariche di erotismo, tensione psicologica e suggestioni cinematografiche: non mostravano solo ciò che si indossa, ma raccontavano un mondo, un’attitudine, un desiderio.
Questo approccio ha influenzato profondamente il mio modo di guardare e di comporre le immagini ancora oggi. Che si tratti di moda, architettura o fotografia urbana, cerco sempre un dialogo tra forma, spazio e narrazione, dove l’estetica non è mai fine a se stessa, ma diventa veicolo di significato.
Il tuo progetto è stato scelto da una giuria d’eccezione composta da otto tra le più autorevoli testate internazionali di fotografia e cultura visiva. Cosa significa per te questo riconoscimento e come pensi che possa incidere sulla diffusione del tuo messaggio?
Essere selezionato all’interno di URBAN Photo Awards di Trieste, un concorso di grande rilievo internazionale e con un’ampia risonanza mediatica, è per me un riconoscimento estremamente significativo. Il fatto che il progetto sia stato scelto da una giuria composta da autorevoli testate internazionali di fotografia e cultura visiva conferma la forza comunicativa del lavoro, oltre al suo valore formale.
Questo premio rappresenta un’opportunità concreta di visibilità e diffusione del messaggio: sapere che il progetto può raggiungere un pubblico ampio e trasversale, attraverso canali così qualificati, rafforza il senso del mio percorso e apre a nuove possibilità di dialogo e confronto. È proprio in questa circolazione delle immagini e delle idee che, per me, la fotografia trova il suo significato più profondo.
Il titolo ‘The Sound of Silence’ suggerisce una ricerca quasi paradossale: fotografare l’eco del rumore piuttosto che il rumore stesso. In un’epoca dominata dal caos visivo e acustico, come riesci a isolare quelle ‘presenze solitarie’ e quei momenti di quiete che descrivi come pause e respiri?
Questa domanda tocca il cuore del progetto. The Sound of Silence nasce proprio da una tensione apparente: cercare il silenzio non come assenza di rumore, ma come sua eco, come ciò che resta quando il frastuono si placa per un istante.
Il lavoro è stato realizzato in India, un Paese che sto esplorando fotograficamente da diversi anni e che, più di ogni altro, incarna l’idea di caos visivo e acustico portata all’estremo. Proprio per questo la sfida è stata quella di estrarre da quel flusso continuo un distillato, un’essenza: spegnere il rumore per lasciare emergere presenze isolate, capaci di raccontare ciò che si nasconde nelle pieghe di un sistema apparentemente inconciliabile con una sintesi umana.
Ho cercato questi momenti di quiete ai margini: all’alba o al tramonto, nei grandi parchi urbani o in aree secondarie legate a eventi collettivi, spazi abitati quasi esclusivamente da lavoratori. Luoghi che potremmo definire un “dietro le quinte” della società indiana, dove il tempo rallenta e l’immagine può finalmente respirare.
Hai dichiarato di prediligere un linguaggio visivo ‘non analitico’, cercando la fusione e la contaminazione tra le immagini. Puoi spiegarci meglio questo concetto? Come si traduce tecnicamente nella costruzione del tuo racconto fotografico?
Il mio approccio al racconto fotografico si discosta dall’idea di reportage classico, costruito su una sequenza logica o cronologica finalizzata a spiegare un evento. Non mi interessa analizzare o descrivere una realtà in modo oggettivo, né tantomeno esprimere un giudizio su ciò che fotografo.
Cerco piuttosto una connessione visiva ed emotiva tra immagini diverse: ritratti, dettagli, paesaggi, contesti e atmosfere convivono e si contaminano tra loro. L’obiettivo non è immergere l’osservatore nel luogo in sé, ma nell’esperienza emotiva che nasce mentre abito quei luoghi e li attraverso.
Tecnicamente, questo si traduce in una costruzione del racconto basata sull’assonanza e sulla dissonanza visiva: le immagini non si spiegano a vicenda, ma dialogano, si respingono o si rafforzano. È un flusso aperto, più vicino a una percezione sensoriale che a una narrazione lineare, dove il significato emerge nello spazio tra una fotografia e l’altra.
Le tue radici affondano nell’analogico e nel rituale quasi alchemico della camera oscura. Qual è l’eredità più preziosa che porti con te da quella stagione ‘lenta’ e come si è evoluto oggi il tuo rapporto con l’attesa?
Aver vissuto la stagione dell’analogico rappresenta, a mio avviso, un privilegio. In fondo la risposta è già contenuta nella domanda: la lentezza.
La lentezza non era soltanto una condizione tecnica, ma un atteggiamento mentale. Significava riflessione, studio attento della luce — e i fotografi, in fondo, esistono solo attraverso la luce — e una valutazione consapevole dell’inquadratura.
Avere a disposizione solo 36 pose, non verificabili nell’immediatezza, imponeva una disciplina, una parsimonia dello sguardo. Ogni scatto era una scelta ponderata, mai un gesto automatico. Oggi quella parsimonia sembra dissolversi in una bulimia visiva sempre più pervasiva, dove l’immagine è consumo rapido più che costruzione meditata.
Detto questo, non credo in una nostalgia sterile. Questa sovrapproduzione sta inevitabilmente trasformando la fotografia e il suo linguaggio. Anche il mio rapporto con l’attesa è cambiato: il mezzo modifica la tecnica, e la tecnica influenza il pensiero. L’attesa non è più quella del tempo chimico della camera oscura, ma resta una dimensione interiore — una sospensione necessaria prima dello scatto, un tempo silenzioso in cui l’immagine prende forma prima ancora di esistere.
Sei stato finalista in URBAN per diverse edizioni e ora torni come vincitore di un premio speciale. Come vedi l’evoluzione del tuo lavoro e del tuo stile negli ultimi anni?
Come accade in ogni pratica artistica, evoluzione e cambiamento sono il vero motore che ti spinge a continuare, a mettere in discussione ciò che hai fatto e a cercare nuove possibilità espressive. Restare fermi significherebbe ripetersi, e la ripetizione, in arte, è una forma di stasi.
Negli ultimi anni il cambiamento più significativo nel mio lavoro è stato il progressivo allontanamento dalla centralità della singola immagine. Mi sono avvicinato sempre di più alla costruzione di un progetto, dove ciò che conta non è tanto la forza isolata di una fotografia, quanto la relazione che le immagini instaurano tra loro.
In questo senso, lavorare a un portfolio o a un libro implica un diverso sistema di giudizio: le fotografie smettono di essere entità autonome e autosufficienti e diventano parti di un organismo più complesso. Perdono una porzione della loro individualità per acquisire una nuova forza narrativa e concettuale all’interno di un corpus unitario. È lì che, oggi, sento si giochi la vera maturazione del mio linguaggio.
Oltre alla vittoria del Press Award, hai ricevuto una Menzione d’Onore all’URBAN Book Award 2025 con il tuo libro ‘Chaos Karma’, dedicato all’India. Se in The Sound of Silence insegui l’eco della quiete, qui ti immergi in quello che definisci un ‘teatro del caos’ e un ‘Ikeabana al contrario’. Come riesci a far convivere nel tuo sguardo queste due spinte opposte — il silenzio e il frastuono — e in che modo l’India ha sfidato la tua ‘grammatica visiva’ costringendoti a passare dal racconto lineare a un vortice centrifugo di immagini?
The Sound of Silence è il distillato di un corpo di lavoro molto più ampio nato all’interno della mia esplorazione della società indiana. Nelle dodici immagini consentite dal regolamento ho scelto consapevolmente di sottrarmi allo stereotipo del caos indiano, cercando invece una dimensione sospesa, quasi meditativa, capace di restituire un’altra vibrazione del Paese: quella dell’attesa, della quiete interiore, dei silenzi che resistono dentro il rumore.
Chaos Karma, al contrario, è un’immersione più estesa e dichiarata nel “teatro del caos”: una narrazione che attraversa spiritualità, modernità, stratificazione sociale e pluralismo. È ciò che ho definito un “ikebana al contrario”: non un’arte della sottrazione e dell’equilibrio minimale, ma una composizione in cui l’eccesso, la sovrapposizione e il disordine trovano una loro forma e una loro armonia interna.
Non vedo queste due dimensioni come opposte, ma come complementari. L’India è entrambe le cose: silenzio e frastuono, contemplazione e vertigine, ordine invisibile e caos manifesto. Il mio sguardo cerca di abitare questa tensione senza risolverla, accettando che la contraddizione sia parte integrante dell’equilibrio. Ed è forse proprio questa capacità di convivere con l’ambivalenza che rende quel Paese, pur nelle sue complessità, capace di mantenere un equilibrio sociale che a noi spesso appare impensabile.
La mia zona di comfort è sempre stata una certa idea di ordine: pochi elementi, un soggetto centrato e isolato, una costruzione per sottrazione. In India questa grammatica è entrata in crisi. La vera difficoltà non è stata raccontare il caos, ma riuscire a isolare qualcosa dentro una sovrabbondanza continua di stimoli visivi. Ogni scena è stratificata, simultanea, senza un centro evidente. Questo mi ha costretto a passare da un racconto lineare a una struttura più centrifuga, dove lo sguardo si muove, devia e attraversa l’immagine.
Qual è la storia che vorresti esplorare nel tuo prossimo progetto?
Non vorrei sembrare ripetitivo, ma in effetti sono appena tornato da un altro viaggio in India, ho deciso di esplorare una zona diversa che presenta sfide e caratteristiche differenti. Non dimentichiamo che l’India è subcontinente non solo per ragioni politiche, ma soprattutto geografiche, geologiche e culturali.


