Photo © Krzysztof Bednarski
Intervista a Krzysztof Bednarski, vincitore del premio Projects & Portfolios di URBAN Photo Awards 2024 / #URBANinsights
#URBANinsights è una serie di interviste esclusive e approfondimenti dedicati ai vincitori di URBAN Photo Awards. Questo spazio è dedicato a Krzysztof Bednarski, vincitore del premio 2024 Projects & Portfolios award con il progetto “La Vida Lenta”. Nata da un’evoluzione personale verso la quiete, la solitudine e la semplicità che trae ispirazione dai piccoli centri urbani del Mexico, questa serie è stata elogiata da Adam Pretty, Presidente della Commissione Projects & Portfolios, per la sua potenza grafica e il suo rigore compositivo. Attraverso un sapiente gioco di luci, ombre e forme, Bednarski ci invita a una pausa gentile: un momento di assoluta calma immerso nell’ambiente urbano.
Anil Purohit: Grazie per averci dedicato del tempo e congratulazioni per aver vinto il premio 2024 Projects & Portfolios con “La Vida Lenta”. Raccontaci com’è nato questo progetto?
Krzysztof Bednarski: Grazie, Anil. Apprezzo molto il riconoscimento nella categoria Projects & Portfolios agli Urban Photo Awards 2024. Un riconoscimento come questo significa molto: è uno stimolo a continuare, a spingersi oltre creativamente, specialmente con un lavoro che nasce da un vissuto personale.
La Vida Lenta è nata in modo del tutto naturale. Ho convissuto con l’ansia e un disturbo ossessivo-compulsivo per gran parte della mia vita e, dopo anni di lavoro in ambienti ad alta pressione come network televisivi e pubblicità, mi ritrovo sempre più attratto dall’opposto: immobilità, solitudine, semplicità.
Viaggiare da solo, osservando momenti di quiete, mi ha sempre dato un senso di sollievo. Sto cercando di vivere a un ritmo più lento: meno lavoro, più spazio per respirare. Mi ritrovo molto nell’idea dello Slow Living e questo progetto è nato proprio da questo cambiamento. Si potrebbe dire che sia diventato un modo visivo per esplorare quel desiderio di semplicità.
Anil: Quando ho visto per la prima volta la tua serie “La Vida Lenta”, sono rimasto colpito dalla sua atmosfera senza tempo. Una calma meditativa sembra discendere su ogni scena, di quelle che spingono il viaggiatore a sedersi e dialogare con il silenzio, accompagnato dal tempo che resta in attesa, pronto a muoversi solo quando lo farai tu. Le strutture basse e lineari non impongono la loro presenza, ma servono più come punteggiatura per scandire i silenzi, guidandone il flusso oltre gli angoli, diffondendo calma e grazia senza fretta muovendo la vita in sinergia con l’ambiente costruito.
Anche se immagino che il fotografo voglia evitare ogni minimo movimento per timore di turbare quella quiete, credo che l’istinto sia comunque quello di riuscire a ‘catturare’ quella quiete.
Raccontaci del tuo primo incontro con questo luogo: che impressione ti ha fatto come visitatore, quale stato d’animo ha suscitato in te prima di iniziare a documentarlo, e come si è evoluto nel tempo il tuo rapporto con esso.
Krzysztof: Dici bene. E capisco perfettamente quell’istinto di preservare la quiete. In realtà, a volte faccio fatica con l’opposto: sono un fotografo piuttosto timido. Esito spesso, temendo che il mio intervento possa interrompere il ritmo di un momento. Ci sono state tante scene che ho lasciato scorrere, semplicemente per paura di essere visto e interferire con il flusso naturale del momento. Dico spesso che le fotografie migliori sono quelle che non ho scattato. Ma ho imparato ad accettarlo come parte del mio processo e cerco di andare avanti velocemente dopo le occasioni mancate. Nelle piccole città del Messico, ho sentito immediatamente un senso di allineamento non solo estetico, ma in termini di tempo. Nei luoghi che ho visitato la vita si muove a un ritmo che si adatta al mio modo osservare. Non c’è fretta. C’è spazio tra le cose, tra i gesti, tra le persone. Quel ritmo mi ha permesso di rallentare, di mimetizzarmi silenziosamente e guardare senza pressione. Ha creato una sorta di calma reciproca: non inseguivo i momenti, ma piuttosto aspettavo che arrivassero.
Anil: La vita è onnipresente nelle tue immagini: persone in bicicletta, che camminano o che stanno ferme. Gli esseri umani offrono un contrappunto agli spazi altrimenti vuoti, come se senza l’altro, per un certo periodo di tempo, né gli spazi né le persone fossero completi, ciascuno offrendo sollievo all’altro, due facce della stessa medaglia. Includendo la vita umana nelle scene invece che limitarti a una semplice natura morta, cosa speravi di comunicare allo spettatore: il silenzio? la vita? la vita del silenzio? o qualcos’altro?
Krzysztof: Sebbene a volte fotografi spazi vuoti, in realtà è piuttosto raro. Le persone sono sempre state centrali nel mio lavoro, anche se occupano solo una minima parte dell’inquadratura. Nella mia mente, sono loro il soggetto. Mi piace molto la tua metafora delle due facce della stessa medaglia. Il contesto è tutto. L’essere umano e lo spazio in dialogo tra loro. Uno dà significato all’altro. La stessa figura collocata in un ambiente diverso cambierebbe l’intero tono emotivo dell’immagine. L’architettura, la luce, il vuoto circostante: tutto influisce su come percepiamo quell’individuo e viceversa.
Anil: Spesso l’architettura, il design urbano e la cultura definiscono il carattere di un luogo: la sua identità e la sua atmosfera. Che tipo di relazione cerchi tra persone e ambienti urbani prima di decidere di fotografarli? È una scelta guidata dalla tua visione estetica e dalla forma che vuoi ottenere, o c’è dell’altro?
Krzysztof: Dico spesso di sentirmi più a mio agio a metà strada tra documentazione e narrazione. Le scene che fotografo sono spontanee, ma la versione che presento potrebbe non riflettere la verità oggettiva di un luogo: è più simile alla mia versione immaginata. Non si tratta di catturare la cruda realtà ma piuttosto l’atmosfera di un film immaginario che viene proiettato silenziosamente nella mia testa in quel particolare contesto. Sono attratto da ambienti urbani che rispondono a una certa estetica: forme semplici, linee pulite, ma è l’armonia (o la tensione) tra le persone e quegli scenari che completa davvero l’immagine per me. Spesso trovo prima una location interessante e rimango lì, aspettando che il soggetto giusto entri nell’inquadratura. Possono passare molte persone, ma aspetto finché qualcuno non si adatta alla visione o alla narrazione che ho in mente.
Quindi sì, sono guidato da una visione estetica: è piuttosto intuitivo. Si tratta di trovare momenti in cui il reale e quello che ho immaginato si sovrappongono quel tanto che basta.
Anil: Cosa significano per te le tue fotografie in generale, e in particolare questa serie?
Krzysztof: Per me la fotografia è un modo per riconnettermi con me stesso. Mi aiuta a rallentare e a essere presente, specialmente in contrasto con l’ansia frenetica con cui ho spesso vissuto. Le mie fotografie sono per me un ricordo dell’esperienza che ho vissuto mentre le scattavo.
Anil: Gli stimoli visivi evocano risposte emotive di vario tipo: gioia, tristezza, malinconia o meditazione. Fotografare per te significa registrare un tempo e un luogo, esplorare artisticamente la forma o conservare e rivivere lo stimolo visivo originale, in modo che la fotografia ricrei la risposta emotiva iniziale?
Krzysztof: Esattamente quest’ultima. Per me non si tratta tanto di documentare ciò che avevo di fronte, quanto di catturare come mi sentivo mentre osservavo. È il mio modo di preservare una risposta emotiva: un ricordo visivo di uno stato d’animo fugace. Naturalmente, oltre a questo, c’è anche una storia immaginata che cerco di condividere. Considero la fotografia come l’atto di isolare un singolo fotogramma da un racconto che vive solo nella mia mente. In questo senso, si tratta anche di condividere un pezzo della mia narrazione interna. Qualcosa tra realtà e finzione, tra osservazione e immaginazione.
Anil: In “La Vida Lenta” hai utilizzato il minimalismo in modo molto efficace, indirizzando lo sguardo dello spettatore verso elementi spaziali, grazie all’assenza di distrazioni e riuscendo così ad evocare certe emozioni. Questo modo di guidare l’attenzione conferisce loro una certa rilevanza nella scena, trasformandoli in punti di memoria e di richiamo. Come vedi l’uso di linee pulite e forme semplificate nel contesto della tua narrazione visiva e in che modo questo approccio influenza la tua professione di designer e animatore pubblicitario?
Krzysztof: Come per la maggior parte dei fotografi, il mio stile si è evoluto nel tempo. Dieci anni fa, fotografavo contesti urbani in modo più reattivo e documentaristico: ritmi più veloci, più caotici, più energici. Oggi mi dà più soddisfazione creare qualcosa di più calmo, pianificato e intenzionale. Non penso che un approccio sia migliore dell’altro, sono solo energie diverse. L’estetica minimalista, le linee pulite e le forme semplificate rispecchiano più profondamente la mia natura visiva attuale.
Anil: In termini di esplorazione dell’ambiente urbano delle piccole città del Messico, il tuo approccio minimalista rimanda a un’epoca precedente, fatta di spazi aperti scarsamente popolati, luce naturale, colori neutri, edifici bassi e architettura vernacolare. Le forme ricordano l’approccio minimalista usato da Edward Hopper ma si ferma prima di raggiungere la crudezza con cui Hopper ritraeva il realismo della vita americana: alienazione, solitudine, isolamento, malinconia ecc., Hopper impiegava il minimalismo per costruire opere di profondità narrativa ed emotiva, invitando all’introspezione e alla riflessione, forzando la contemplazione della condizione umana.
Pensi che il tuo approccio minimalista possa evolversi, passando dall’attuale esplorazione del rapporto tra le persone e l’ambiente all’indagine delle complessità della vita moderna? E credi che il mezzo fotografico e il minimalismo possano ancora aiutarci in queste esplorazioni al giorno d’oggi?
Krzysztof: Assolutamente: cittadine come Valladolid erano quasi perfette per il tipo di linguaggio visivo da cui sono attratto. Le strade spaziose, gli edifici bassi e l’assenza di folla hanno reso più facile ottenere quel senso di quiete e di equilibrio che cerco spesso. Mi riconosco nell’idea di alienazione o solitudine come espediente narrativo. È qualcosa a cui miro anche in città più frenetiche come New York, Tokyo o Parigi, anche se in quegli ambienti richiede più pazienza e a volte è più impegnativo. Cerco comunque di isolare i soggetti, di trovare quel momento di chiarezza nel caos. Guardando al futuro, sicuramente mi interessa andare oltre i semplici luoghi o paesaggi urbani. Mi piacerebbe esplorare soggetti e temi più specifici, sempre attraverso una lente minimalista, con la mia estetica, ma forse con un livello concettuale più profondo. Penso che il minimalismo possa essere un modo potente per affrontare le complessità della vita moderna, proprio perché elimina il rumore e ti costringe a confrontarti con l’essenziale.
Anil: Il minimalismo nell’arte è sorto in gran parte come contrapposizione al modernismo e all’espressionismo astratto del dopoguerra, che a loro volta traeevano origine dal distacco dell’arte dal realismo sociale degli anni della Grande Depressione. In un certo senso, i movimenti artistici hanno catturato lo zeitgeist delle rispettive epoche, plasmati dal loro tempo come prodotto delle società da cui sono emersi e a cui si rivolgevano.
Credi che oggi sia possibile tracciare un parallelo simile nella fotografia, dove la direzione di un ‘movimento’ fotografico possa interpretare lo spirito dei nostri tempi verso una forma espressiva capace di influenzare e plasmare la nostra risposta alla realtà?
Krzysztof: Non credo che esista un unico stile fotografico che definisca o catturi lo spirito del nostro tempo. Semmai, il mondo di oggi sembra troppo diversificato e in rapido movimento per questo. Penso che molti fotografi, ognuno con il proprio stile, riflettano diversi aspetti del nostro presente. Con il ritmo a cui si crea oggi e la costante ricerca di nuove forme espressive, stiamo vedendo una varietà stilistica più grande che mai. Detto questo, il mio uso del minimalismo sembra una risposta personale alla sovrastimolazione della vita moderna. Per me, la fotografia è un modo per rallentare, elaborare ciò che mi circonda e a volte fuggire dal rumore. Ma non lo vedo come parte di un movimento o di un grande commento sociale. È semplicemente il mio modo di vivere il mondo e di offrire qualcosa che sia onesto rispetto alla mia esperienza.
Anil: Nel suo commento al tuo progetto, Adam Pretty, Presidente della Commissione Projects & Portfolios, dice: “Apprezzo molto la resa grafica, la composizione, le forme e tutti gli elementi, luce e ombra, lavorano insieme in armonia. Per me è questo che rende grande una fotografia: un momento catturato in cui più elementi si combinano tra loro, lavorando quasi a ritroso partendo da una tela bianca che della scena o dello sfondo e aspettando che i soggetti occupino la loro posizione per creare la composizione perfetta attraverso fusione di tutti gli elementi”. Raccontaci il processo che segui: dalla scelta del luogo all’dell’estetica visiva, fino alla decisione sugli elementi da includere, il momento dello scatto e la composizione stessa.
Krzysztof: Apprezzo molto le parole di Adam Pretty sul progetto: è sempre gratificante quando qualcuno nota quanto pensiero ci sia nell’equilibrio degli elementi in un’immagine. Come accennato prima, cerco di muovermi in un territorio tra immaginazione e osservazione. Di solito ho un’idea di massima della scena che sto cercando, ma reagisco anche a ciò che l’ambiente mi offre. Tutto inizia con un luogo che mi colpisce visivamente: geometria forte, armonia cromatica, ritmo architettonico. La luce gioca un ruolo fondamentale. Sapendo già come tratterò l’immagine in post-produzione, presto molta attenzione all’intensità e alla direzione della luce sul posto. Spesso penso allo stare all’aperto come il lavoro in un enorme studio, con il sole che è la mia principale luce direzionale.
Una volta trovato un ambiente che mi sembra giusto, di solito aspetto. A volte 15 minuti, a volte 2 ore. Lascio che le persone attraversiono l’inquadratura finché non appare qualcuno che si adatta alla narrazione che ho costruito nella mia testa. È un processo perlopiù intuitivo, ma a volte richiede molta pazienza. Si tratta di lasciare che il mondo reale si allinei, anche solo per un istante, con la versione che ho in mente.
Anil: Winston Churchill disse una volta: “Noi diamo forma ai nostri edifici; dopodiché sono loro a dare forma a noi”. Questo parallelismo può valere anche per la fotografia, dove le immagini agiscono come forza trasformatrice sulla società e sull’individuo nella sua vita quotidiana? E il tuo lavoro aspira a questa funzione, di plasmare in qualche modo chi lo osserva e lo vive?
Krzysztof: È una citazione potente e penso che possa applicarsi alla fotografia, almeno in certi contesti. Ci sono sicuramente fotografie nella storia che hanno avuto un impatto trasformativo. Penso a immagini iconiche come Migrant Mother di Dorothea Lange (1936), Raising the Flag at Iwo Jima di Joe Rosenthal (1945), o persino l’immagine Pale Blue Dot della Terra scattata dal Voyager I nel 1990: quelle fotografie vanno oltre l’estetica. Sfidano, spostano la nostra prospettiva. Ma il mio lavoro si muove su una scala molto più piccola. Non aspiro ad avere un impatto trasformativo. Le mie immagini sono più che altro dei discreti inviti. Se qualcuno, guardando un mio scatto, si sofferma anche solo qualche secondo in più del previsto, lo considero già un privilegio.
Anil: Quali sono le fonti d’ispirazione che influenzano e formano il tuo occhio fotografico? Ti ispiri a film, libri o ad altri autori?
Krzysztof: Una domanda impegnativa. La risposta più semplice sarebbe: ovunque. Ma se dovessi scegliere un’influenza su tutte, probabilmente direi il cinema. Paradossalmente, la mia estetica visiva non è particolarmente cinematografica nel senso tradizionale, tende più verso uno stile più pittorico e grafico. Ma sono attratto dall’idea della fotografia come singolo fotogramma di una storia più grande, come un fotogramma estratto da un film. È un approccio che sento molto mio.
Anil: Cosa diresti a qualcuno che vuole iniziare a fare fotografia? Come dovrebbero approcciarsi alla fotografia e perché?
Krzysztof: Direi: inizia e basta. Prova cose diverse: generi, tecniche, approcci, e alla fine capirete cosa vi appassiona davvero. Anni fa, ho attraversato una fase in cui scattavo in studio per la moda e la pubblicità. È stata un’esperienza preziosa, ma non mi dava lo stesso tipo di appagamento che provo con la fotografia che faccio ora. Sembra un cliché, ma il punto è: fai ciò che ti piace. Esplora liberamente, senza fissarti troppo su uno stile o su un genere. Man mano che proverai cose nuove, il tuo stile personale si svilupperà naturalmente nel tempo.
Anil: Dove ti vedi come fotografo tra due o tre anni e cosa speri che rimanga al visitatore dopo aver visto le tue foto?
Krzysztof: Qualche anno fa, probabilmente avrei risposto con più ambizione: più progetti, più produzione, più tutto. Mi mettevo molta pressione addosso per continuare a spingere, creare, crescere. Ma in questo momento mi sento più appagato. Ciò che apprezzo di più è l’equilibrio, sia creativo sia personale. Non sto inseguendo la prossima grande opportunità. Voglio continuare a creare al mio ritmo, prima di tutto per me stesso. Se poi il mio lavoro tocca la sensibilità altrui, lo considero un bel regalo. Per quanto riguarda ciò che spero rimanga a chi osserva la serie La Vida Lenta: forse solo un momento di immobilità. Una pausa. Un piccolo senso di quiete.